Cirkus Columbia
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Una travolgente radiografia del nazionalismo.
Non sorprende che Danis Tanovic, regista premio Oscar con No man's land, si sia immediatamente innamorato di Cirkus Columbia, il potente esordio letterario di Ivica Djikic e ne abbia tratto una sceneggiatura. Con la precisione di un entomologo Djikic ha svelato come la guerra non sia che il punto terminale di quelle piccole e apparentemente insignificanti trasformazioni che accadono nel seno di una piccola comunità. Djikic descrive spietatamente le dinamiche sociali e le loro manifestazioni, l’altalena tra la stima, l’invidia e il disprezzo, la riduzione del diverso a una condizione subumana, il rimescolamento dei ruoli sociali nei momenti di crisi e il parallelo eclissarsi degli intellettuali. Una guerra civile può iniziare –o meglio è iniziata- banalmente così. Ma Cirkus Columbia non è una metafora, è un racconto semplice, travolgente, tragico ed è per questo che la ricerca di un gatto smarrito, che significativamente apre il romanzo, si trasforma in una feroce lotteria capace di far perdere la ragione ad un intera comunità.
La maestria di Djikic come narratore si esprime in quello sguardo cinematografico che ha incantato Tanovic, nell’abilità con cui sa materializzare davanti agli occhi dei lettori numerosi e indelebili personaggi, alternando diversi stili e diversi codici (il diario, le lettere, la narrazione di uno sguardo onnisciente) sempre mantenendo un ritmo narrativo appassionante e infuocato. Cikus Columbia è un grido di rabbia e di allarme contro la stagnazione della vita e contro la tentazione di ogni comunità di richiudersi in un incestuosa e supponente autosufficienza, un urlo contro la noia che offusca ogni senso civile e morale pur di uscire dalla propria tediosa condizione. Una situazione in cui la guerra è sempre presente e senza sosta spinge attraverso minuscole crepe il magma corrosivo della guerra civile.
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